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Le azioni di tutela dei formaggi italiani dop, presentati a Roma i risultati

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Sono state presentati lunedì 29 ottobre, a Roma, nella sede dell’Aicig, sigla che riunisce più della metà dei consorzi Dop e Igp italiani, i risultati delle azioni di tutela, intraprese negli ultimi mesi da quatto consorzi caseari. Si tratta del Parmigiano Reggiano, dell’Asiago, del Grana Padano e del Pecorino Romano. Quattro Dop che da sole detengono il maggior peso commerciale estero sui mercati asiatici e nordamericani, ma che purtroppo risentono della forte concorrenza sleale, legata sopratutto all’utilizzo del nome geografico di produzione. Le azioni più aggressive vengono dagli Stati Uniti, dove l’Associazione che protegge i nomi generici nel food, lavora per evitare che brand riconosciuti riducano le vendite dei loro associati. Il fatto è che si conta sulle poche informazioni che possiede il consumatore che, se mette nel carrello un formaggio “Belgioioso Asiago”, crede di portarsi a casa un prodotto italiano, mentre è a tutti gli effetti americano. Se compra un formaggio con quel nome, è perchè ha in mente un’aspettativa, l’idea di una tradizione e il fascino di un luogo geografico definito. Oltre che la voglia di fare un’esperienza gastronomica precisa, che però viene disattesa a sua insaputa. Per questo, nel corso dell’incontro si è insistito anche sul fatto che le azioni di tutela, soprattutto quelle legali, nei confronti di chi adotta l’italian sounding – produzioni che nulla hanno di italiano se non il nome -, oltre ad essere necessarie sono assimilabili a forme di promozione nei confronti del prodotto. Un’azione legale ben riuscita e vincente ha una ripercussione anche sui media e promuove il prodotto e l’indicazione geografica, sia essa tipica o protetta.

Per fare altri esempi, grande incertezza c’è anche sul Parmigiano Reggiano. Per ipotesi, se fosse venduto come Parmesan – uno dei nomi con il quale viene spesso contraffatto – riportando però una bandiera a stelle e strisce sull’etichetta, denunciando quindi la provenienza, la cosa andrebbe bene. In fondo il parmigiano è anche una tecnica di produzione, oltre che ad essere un prodotto con una storia e una tradizione alle spalle. In questo caso non ci sarebbe inganno nei confronti del consumatore. Ma se invece di mettere una bandiera a stelle strisce, il produttore inserisce segni grafici, colori o bandiere che rimandano all’Italia, in questo caso si inganna il cliente e si danneggia la filiera italiana, che si sforza di produrre il parmigiano seguendo un disciplinare e rispettando le regole. Questo puntualmente avviene, soprattutto nel Nord America, dove i produttori statunitensi – forti anche del lavoro delle loro associazioni e delle lobby del food, come appunto l’associazione che difende e tutela i nomi generici – non solo detengono importanti fette di mercato, ma sono aggressivi anche sui marcati limitrofi, come quello canadese e messicano.

Quest’ultimo, tanto per esemplificarne l’importanza commerciale, da sempre è stato uno degli sbocchi più remunerativi dell’export caseario americano. Togliere questa fetta di mercato, giocata anche sulle imitazioni dei formaggi italiani, non solo era necessario per la salvaguardia della tradizione e della qualità dei formaggi italiani, ma anche per la bilancia commerciale. Questo è stato possibile solo grazie agli accordi commerciali presi tra Messico e Unione Europea, anche se le azioni di tutela e di controllo non possono mai dirsi concluse. L’Italia da sola non avrebbe avuto la forza di spingere il governo messicano, o quello canadese, a riconoscere le proprie dop e a favorire azioni di tutela. Per fare un ulteriore esempio, le azioni legali intentate dalle ditte statunitensi, per garantirsi la presenza dei loro marchi, recanti il nome “Asiago” (per loro generico e quindi utilizzabile) dopo questi accordi sono state rigettate. Brand come “Amparo Asiago” o “Belgioioso Asiago”, la cui presenza nella grande distribuzione era costante, hanno dovuto dismettere il termine “asiago” in etichetta. Inoltre, i dazi sull’Asiago esportato in Messico, che si aggiravano intorno al 120%, al seguito degli accordi sono scesi fino al 45% e nel prossimo futuro si prevede che possano essere tagliati di un ulteriore 20%.

Le contraffazioni non avvengono solo in Nord America, ma anche nel Sud-Est asiatico. Malesia e Thailandia, ad esempio, in passato hanno adottato azioni al limite della legalità, richiamando la tradizione e i nomi italiani, per vendere i prodotti sul mercato interno. Sempre in virtù di negoziati UE, le domande di registrazione del nome “Asiago” da parte del Consorzio sono state accettate, cosa che ha permesso di ridurre le contraffazioni. Infine, anche nei mercati europei si sono ottenuti importanti riconoscimenti. Come in quello del Regno Unito, dove solo da poco – e nonostante la Brexit – il nome “parmesan” può essere usato solo in riferimento a prodotti italiani certificati.

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Le azioni di tutela dei formaggi italiani dop, presentati a Roma i risultati ultima modifica: 2018-10-31T11:20:15+00:00 da Massimiliano Bianconcini

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