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Damiano Ciolli, così il Cesanese di Olevano Romano diventa un’eccellenza del territorio

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Riportiamo qui di seguito l’intervista tratta dal portale www.Montiprenestini.info a questo indirizzo>> https://montiprenestini.info/storie-damiano-ciolli-cosi-il-cesanese-ha-cambiato-la-mia-vita/

 

In poco tempo è diventato uno dei produttori leader del Lazio, la sua fama oggi è nota fino al lontano Giappone e le sue etichette sono presenti nei più prestigiosi ristoranti d’Italia ed Europa. Eppure Damiano Ciolli, manager e produttore dell’omonima Cantina di Olevano Romano, non avrebbe mai scommesso che un giorno il vino avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Lui che era cresciuto a pane e vendemmia, aveva scelto da ragazzo un’altra strada, poi le amicizie e la curiosità lo hanno riportato alle sue radici. Monti Prenestini lo ha incontrato all’indomani del prestigioso riconoscimento dei “Tre Bicchieri 2020” del Gambero Rosso per provare a raccontare una delle storie di successo del territorio.

 

Iniziamo subito dal riconoscimento dei Tre Bicchieri. Come è arrivato?

Innanzitutto è stato del tutto inaspettato, o meglio, ci abbiamo sempre creduto mai mai avremmo pensato un riconoscimento per il Silene. La soddisfazione per me è doppia, perché è il vino su cui ho investito il maggior tempo ed è l’etichetta che rappresenta a mio parere il vero carattere del Cesanese, con i suoi profumi, le note aromatiche e la sua bevibilità. Caratteristiche riconosciute dalla giuria degli esperti che hanno voluto premiare il percorso di crescita di quest’azienda, che ha sempre creduto nel territorio e nelle sue potenzialità.

 

Dov’eri quando hai ricevuto la notizia?

Ero dal parrucchiere e stavo chiacchierando con amici. Ho visto sul telefono che avevo ricevuto una mail. All’inizio pensavo fosse una delle tante riviste di enogastronomia o informazione pubblicitarie, poi ho letto e sono esploso in un grido liberatorio. Il problema però è che non potevo dirlo, per precise disposizioni dell’organizzazione. E alla fine così ho fatto.

Facciamo un piccolo flashback e torniamo alle origini. Come è nata quest’azienda?

Le origini della vigna risalgono al 1953 e alla prima messa a dimora dell’uva Cesanese. Nel dopoguerra e poi ancor di più negli anni ’70 e ’80, da queste parti il vino era concepito quasi come una bibita, veniva cioè prodotto per essere consumato in grandi quantità. Il mercato di riferimento era Roma e in questo mio nonno partiva con un vantaggio, perché il fratello aveva una rivenduta di vini e oli in piazza Vittorio. Allora erano 14 gli ettari di terreno coltivati a uva. Successivamente l’azienda la ereditò mio padre, che proseguì su questo percorso, nonostante il mercato avesse manifestato i primi segni di cambiamento. Era un’impostazione alla vecchia maniera, fatta di compromessi con il mercato e di politiche di prezzo al ribasso. Era una lotta tra poveri, purtroppo.

E tu come ti sei inserito in famiglia?

Io non ne volevo proprio sapere, proprio per queste dinamiche del mercato. Poi, spinto anche da un amico appassionato e studioso di vino, sono tornato ad appassionarmi al settore, girando le cantine d’Italia e poi d’Europa. Nel 2001 decido quindi di rilevare l’azienda e di lanciarmi in questa nuova avventura. Il percorso era tutto in salita perché nel mio progetto c’era l’intenzione di rinnovare tutto. La vendita di vino sfuso all’inizio, alle feste o ritrovi giovanili, è stato il mio vero ossigeno. Poi insieme alla mia compagna Letizia, il vero motore di quest’azienda, enologa e ricercatrice del vino, abbiamo messo il piede sull’acceleratore e abbiamo iniziato la via del cambiamento.

Puoi rivelarci quali sono state queste sperimentazioni?

Il clone di questa vigna è sempre quello originario di mio nonno. Con gli anni però ci siamo accorti che avevamo bisogno di un porta innesti che resistesse alla siccità, visto i cambiamenti climatici, però non vigoroso, perché a noi non interessava la quantità. Abbiamo inoltre sperimentato diversi sistemi di potatura e varie tecniche di fermentazione e affinamenti. La ricerca continua ogni anno, grazie soprattutto all’attività di Letizia. Ogni vendemmia ha la sua storia e sta a noi saperla interpretare nel migliore dei modi. Diciamo però che abbiamo raggiunto un equilibrio nel 2010, quando abbiamo iniziato a utilizzare le vasche di cemento  per la fermentazione del Silene. Il Cirsium oggi rappresenta invece la nostra riserva, perché rimane un anno nella botte grande, un altro anno in vasca di cemento e un altro ancora in bottiglia. Alla fine dei tre anni viene messo in commercio

Oggi dove si concentrano le vendite della tua azienda?

L’esportazione continua ad avere un peso rilevante nel marketing della nostra azienda. Diciamo che vendiamo in tutti i continenti tranne in Africa.

Puoi raccontarci una delle tue tante storie del vino

Posso citare la storia di un importatore australiano che perde l’aereo a Londra, va in un ristorante e nella carta dei vini trova un vino laziale. L’indomani mi chiama e dice di essere interessato al mio vino. Concordiamo sul prezzo, ma dice che vuole avere delle bottiglie di prova per capire come si comportano durante il viaggio in Australia. Le bottiglie arrivano nell’altro continente e inizia così una nuova collaborazione per una pura casualità. Oggi devo ringraziarlo per aver perso quell’areo.

La tua soddisfazione più grande?

Il riconoscimento dei Tre Bicchieri è una notizia che ti riempie naturalmente di orgoglio, ma quando vedo arrivare in azienda stranieri, anche di continenti lontani, che vengono di proposito per visitare il luogo del vino che hanno bevuto, è qualcosa che ti riempie il cuore ed è la spinta giusta per andare avanti e cercare ogni anno di fare meglio.

Ti sarà rimasto allora qualche sogno. Puoi raccontarcelo?

Mi piacerebbe un giorno che tutto il territorio possa vivere di turismo enogastronomico. Da qualche anno c’è un risveglio a Olevano Romano in tal senso. Si torna a coltivare e qualcuno inizia a cambiare anche impostazione. All’estero e in altre parti d’Italia hanno fatto però di questo lavoro il motore di sviluppo dell’intero territorio e credo che anche da noi ci siano tutti i presupposti per fare altrettanto bene. Basta crederci.

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Damiano Ciolli, così il Cesanese di Olevano Romano diventa un’eccellenza del territorio ultima modifica: 2019-09-27T14:24:25+00:00 da Silvia Casella

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